Da solo e senza Sarah

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DA SOLO E SENZA SARAH di Angelo Vertolli è un racconto horror davvero inquietante, dove un uomo si ritrova improvvisamente attorniato da alcuni fantasmi spaventosi.

Da solo e senza Sarah

Il racconto horror:

“Da solo e senza Sarah di Angelo Vertolli”

Mi sento agitato, perlopiù scosso e spaesato. É come se avessi dimenticato le ultime ore. Avverto un brivido che fa da incipit a un presagio, è come se una tempesta si stesse per abbattere su di me. Non riesco proprio a trascendere da questa orribile sensazione che mi si è radicata dentro.

È notte fonda e non ricordo nemmeno come sono finito qua; non ho frammenti delle ultime ore e non ricordo di avere alzato il gomito. Resto un altro po’ qui, all’aria aperta, su una sedia di alluminio nel giardino perimetrale della mia casa a osservare il cielo e le stelle e lo spicchio di luna. Nel frattempo penso e cerco di ricollegare la mia ansia a qualche evento che non riesco proprio a ricordare. Vani tentativi, sarà per la stanchezza o l’insonnia o la notte fonda avvolta da un assordante silenzio.

Quando per puro caso mi volto, il mio sangue si raggela. Provo una sensazione di soffocamento, ho il cuore che batte così forte da non permettermi nemmeno di riuscire a controllare il mio corpo. Mi domando se ho avuto un’allucinazione, se sto impazzendo. La figura eterea di una donna con un abito talare ottocentesco è sparita dietro l’angolo. Ne sono certo, si è trattato di un delirio mentale che in questa notte mi sta torturando. Deve essere per forza così, non può essere diversamente, perché io non credo ai fantasmi e sono convinto che esistano soltanto nell’immaginazione collettiva. Poi ho un sussulto e mi domando: e se mi sbagliassi? Decido di sollevarmi sulle gambe e m’incammino verso il lato del giardino nel quale un frutto orripilante della mia delirante immaginazione è scomparso dalla mia vista.

Procedo a piccoli passi, come se temessi di essere scoperto a pedinare qualcuno o qualcosa che in realtà non esiste. Mi viene quasi da sorridere nel pensare che stia inseguendo i miei deliri nella notte. Seguo il sentiero illuminato da piccole lampadine a energia solare e supero la porta di casa rimasta accostata. Arrivato all’angolo della casa, esito un momento, poiché ho paura di ritrovarmi a faccia a faccia con qualcosa che potrebbe spaventarmi a morte. Impreco nella notte, mandando al diavolo ogni santo che conosco, e poi mi affaccio con trepidazione. Non vedo niente oltre a quello che dovrebbe già esserci. Il blu della piscina risplende nella notte e rende più luminoso tutto ciò che la circonda. Il gazebo circondato da fiori, soltanto Ranuncoli rossi, i miei preferiti in assoluto e anche di mia… improvvisamente ricordo e credo di essere davvero affogato nell’alcol. Potrei averlo fatto, dopotutto è nelle mie corde.

Ho avuto una brutta discussione con mia moglie e anche questa volta mi sono lasciato andare. Era da qualche tempo che non le mettevo le mani addosso, che non la colpivo e le facevo sanguinare la bocca. Adesso ricordo il furioso litigio e le sue urla quando la colpivo con le mie mani ruvide e legnose. Ricordo il suo pianto, il suo implorare a non colpirla perché nel grembo porta un figlio, il nostro bambino. Si chiamerà Jacob. Riaffiora in me l’ultima immagine che ricordo, lei che getta alcuni abiti dentro una borsa e se ne va lontano da me, senza che io avessi la forza oppure il coraggio di fermarla. So di essere un uomo marcio, una putrescenza che dovrebbe vivere in solitudine, così da non fare del male a chi amo. Forse è per tal motivo che l’ho lasciata andare via.

Noto una sagoma oltre la piscina e il gazebo e rimando il rammarico per quello che ho fatto, per il dolore che ho arrecato di nuovo alla sola persona che conta nella mia agiata esistenza. Faccio qualche passo in avanti e metto a fuoco la sagoma, sebbene il giardino alternasse bagliore e penombra.

«Chi sei?» urlo all’uomo che è appena entrato nella mia proprietà. Non ottengo nessuna risposta e il timore accresce in me. «Vattene! Sennò chiamo subito la polizia», gli urlo ancora e al contempo penso alla pistola nel cassetto del mio studiolo. Dovrei correre a recuperarla. L’uomo sembra non temere le mie minacce e si avvicina a me; più che camminare sembra che stia danzando. È a pochi passi quando riesco a scandire il suo volto e caccio un urlo di sconcerto e terrore. L’uomo ha i capelli diradati, giusto qualche ciuffetto qua e là, la pelle putrefatta e gli mancano gli occhi nelle cavità orbitarie. Quella cosa è a pochi passi da me e alza le braccia per cercare di afferrarmi, non posso fare altro che dargli le spalle e correre. Mentre fuggo, ho troppa paura per guardarmi indietro. Eppure sento che quella cosa mi sta inseguendo.

Oltrepasso la porta e mi ritrovo in casa. Sono nell’ingresso, se così si può definire vista l’ampiezza e il modo in cui ho deciso di arredarlo. C’è un tavolino di vetro, ben quattro poltrone di pelle, quella vera, non sintetica come in molte case, una piccola scaffalatura piena di libri, romanzi per l’esattezza, perché non leggo altro, alcuni quadri che valgono migliaia di dollari e sopra la mia testa c’è un vecchio orologio che indica le quattro del mattino. Sento un gracchio, un infimo verso, e voltandomi scopro che quella cosa è appena entrata in casa.

La porta davanti a me è spalancata e la oltrepasso correndo. Vorrei mantenere i nervi saldi ma non ci riesco, d’altronde chi potrebbe farlo nella mia stessa situazione. Davanti a me c’è la scala di legno che conduce al piano superiore, alle stanze da letto, ma io vado verso destra, in senso contrario a dove si trova la sala da pranzo. Mi muovo agilmente, nella penombra, individuo la porta in fondo al corridoio e mi affretto a raggiungerla.

Sono nel mio studiolo e mi ci barrico dentro. Il rintocco della chiave che ruota nella serratura si mescola con il mio affanno. Sto tremando dalla paura, le gambe a malapena mi sorreggono. Mi accingo a raggiungere la scrivania e mentre la sto aggirando, sento dei tonfi che provengono dal corridoio oltre la porta che ho appena chiuso a chiave. Afferro la cornetta del telefono e digitò velocemente sulla pulsantiera. Scopro che non c’è linea, il telefono è stato staccato.

In preda al panico, apro ogni cassetto e frugo agitatamente. «Era qui, cazzo!» sbraito, poiché non trovo la pistola, una semiautomatica da nove millimetri che acquistai lo scorso anno. Mi accuccio sul pavimento e piango come un bambino disperato, mentre i tonfi sulla porta si ripercuotono. La luce nello studiolo è spenta e l’unico bagliore proviene dalla finestra che si affaccia nel lato meno utilizzato del giardino, dove c’è un prato sempre curato e alcune aiuole.

D’un tratto cala il silenzio, il putrefatto oltre la porta non stava facendo più nessun fracasso. Mi rialzo in piedi e a piccoli passi mi avvicino alla porta, ci poggio l’orecchio e origlio. Un tetro silenzio mi mette ancora più angoscia dei tonfi di poco fa. Faccio per ruotare la chiave nella serratura con l’intenzione di sbloccarla e poi ci ripenso. Ho paura, sono condizionato dal terrore. Vado alla finestra e il mio sguardo si perde all’esterno, poi penso e cerco di ricordare nella mia confusione mentale.

 Ero rientrato a casa che era quasi ora di cena e avevo trovato mia moglie nel salotto, stesa sul divano a guardare una stupida trasposizione cinematografica.

«Ehi cara, cosa c’è per cena?» le avevo domandato mentre sibilavo affianco al divano, prima di correre sotto la doccia. Ricordo ancora le sue parole, dette senza nemmeno guardarmi.

«Vai a fare la doccia, intanto ti preparo qualcosa. Scusami ma non avevo fatto caso all’orario…»

Un uomo torna esausto dal lavoro e nemmeno trova la cena pronta… tal pensiero mi aveva immediatamente destato. Ero sfuggito su per le scale senza aggiungere nient’altro. Le mani già mi prudevano e non volevo che la parte cattiva di me prendesse il sopravvento. Sarah era al quarto mese di gravidanza ed era suppergiù quel lasso di tempo che non la rimettevo in riga. E sono anche convinto che Sarah se ne stesse approfittando, della gravidanza intendo, perché da quella splendida notizia aveva spesso fatto la bambina cattiva.

Ero di sotto, seduto di fronte a una pizza surgelata che Sarah aveva cotto al forno e che sapeva di cartone. Già allora avevo perso le staffe e avevo iniziato a dare di matto, urlando come un uomo che deve rimettere in riga la sua bambina cattiva. «È questa la cena che mi merito?»

Sarah aveva scrollato le spalle senza rispondere ed io mi ero fatto del male, domandandomi se stesse con me per paura e per soldi o per vero amore, come quello che in fondo io provo per lei. Tal pensiero mi aveva fatto prendere fuoco. Avevo lanciato la pizza sul pavimento, insieme al piatto che era esploso in mille pezzi. Cocci ovunque. Poi avevo iniziato a sbattere i pugni sul tavolo e Sarah, impaurita, era corsa su per le scale con il mio bambino che sobbalzava nel suo grembo. Ero rimasto da solo a lottare con la bestia che dimorava dentro di me e non aspettava altro che riaffiorare.

Vedo qualcosa passare davanti alla finestra e indietreggio per la paura, mi chiedo se sto soltanto sognando oppure sto impazzendo. Il dolore fa dare di matto, questo lo posso capire… eppure non posso comprendere che cosa mi sembra di avere visto. Prima la donna in abito talare, poi il putrefatto e adesso una bambina con le trecce e il volto cadaverico che correva dietro a un gatto. Ho paura.

Torno alla porta e faccio ruotare la serratura. Per quanto mi stessi sforzando a non fare risuonare il minimo cigolio, un leggero fragore metallico rintocca nella mia lussuosa casa. Spingo leggermente la porta, quanto basta per scrutare nel corridoio, e per mia fortuna non vedo nessuno nella penombra che avvinghia la casa. Esco dallo studiolo e premo l’interruttore della luce, come se soltanto adesso si fosse materializzato in quel punto, malgrado ciò, nessuna lampadina brilla sopra la mia testa. Provo con quella dopo e ancora niente, non c’è corrente; sono al buio e isolato e con delle spaventose presenze a circondarmi.

Cammino verso la scala senza avere il coraggio di aprire le tre porte che si susseguono nel corridoio. Ho persino il terrore di entrare nella sala hobby o nella lavanderia. Voglio tornare al piano di sopra e correre nella mia stanza da letto e dormire, cosicché possa mettere fine a quest’incubo. Che dico, davvero sono convinto di essere un’anima spaurita dentro un incubo? Mi sembra tutto troppo percettibile perché sia un frutto del mio inconscio. In ogni caso, nella mia stanza ho lo smartphone e con quello posso chiamare i soccorsi.

Salgo i primi tre gradini ricoperti con della lussuosa moquette color mogano che nel chiaroscuro della casa non riesco a distinguere e il mio corpo s’irrigidisce alla vista dell’uomo putrefatto che mi sta aspettando alla fine della scala. Torno indietro e scappo verso la sala da pranzo, mentre lui gracchia qualcosa che non comprendo,parole incomprensibili che svolazzano nel vento.

La porta è aperta ed entro senza pensarci due volte. È rimasta come l’avevo lasciata alcune ore prima, anche i cocci del piatto sono ancora sul pavimento imbrattato di pomodoro. Dalle finestre penetra la luce esterna e mi domando com’è possibile che soltanto in casa non ci fosse corrente. Ho tanta paura, ma so che devo correre in cantina per controllare i generatori di corrente. Ho bisogno del telefono e al diavolo tutte le paure; io sono un uomo duro e ferreo, non posso arrendermi così facilmente.

Esco dalla porta sul retro della cucina e corro nel giardino perimetrale. Mi ritengo fortunato perché sopraggiungo alla porta d’accesso senza imbattermi in nessuno di quegli ospiti indesiderati. Anzi, è arrivato il momento di chiamarli per quello che sono: fantasmi.

Sono di nuovo in casa e adocchio la porta che conduce nella cantina. Faccio ruotare il pomello, poi mi guardo attorno per non rischiare di essere colto alle spalle e certo di essere solo e al momento ancora in salvo, spingo la porta che tetramente cigola. Laggiù è buio pesto, riesco appena a vedere i primi cinque scalini. Sospiro e avanzo nelle tenebre. Un tonfo mi fa sobbalzare, la porta si era richiusa sbattendo.

Sono nella cantina e non vedo nulla, nemmeno le mie mani. Non che avessi voglia di guardarmi dopo quello che ho fatto a Sarah. Vago nell’oblio in cerca dei generatori, già è un vantaggio sapere da che parte si trovano. Arrivo fin là senza essere inciampato su nulla e con la sensazione che non sono da solo nella cantina. Palpeggio davanti a me in cerca delle levette del generatore per capire se una di esse fosse stata abbassata. Non capisco… sono tutte come dovrebbero essere. Qualcuno mi sfiora una spalla e urlo nelle tenebre: «Chi sei? Che cosa vuoi da me?» Come immaginavo non ho risposte, ma qualcuno è qui con me. Mi accuccio in un angolo, abbraccio le mie ginocchia e torno a perdermi nel logorante ricordo di quella tremenda sera.

Mi ero chiuso nello studiolo, credendo che un poco di solitudine mi potesse fare bene. Non puoi dargli una lezione, porta in grembo il tuo bambino, potresti danneggiarlo. Potrebbe morire senza vedere la luce, mi ero ripetuto continuamente quella solfa e un paio d’ore erano trascorse così veloci. Poi avevo salito le scale e quatto quatto mi ero diretto verso la nostra stanza da letto. La porta era soltanto accostata e fuoriusciva un rivolo di luminosità divampata dall’abatjour. Avevo spinto la porta e Sarah era lì, sul letto che mi fissava. Nei suoi occhi non avevo letto paura, ma sfida. Questo fatto mi aveva fatto vibrare le mani. Prudevano, cazzo come prudevano.

«Te ne stai approfittando… e questo non lo tollero. Capito brutta sciacquetta?» le avevo urlato con tono minatorio. Lei se ne stava in silenzio, mi fissava con astio e non emanava nemmeno una sillaba. Ricordo che non ci vidi più, mi avvicinai come una tigre feroce e la colpii in pieno volto con un pugno. Lei non aveva mugolato o chiesto perdono come le altre volte, come troppo spesso era accaduto in passato, questa volta no, mi fissava mentre un rivolo di sangue le colava dalla bocca. Belle le sue labbra carnose e rosee che adesso erano macchiate di quel corposo rossore. Bella Sarah con la pelle chiara e i capelli dorati. Ero indietreggiato un momento e le avevo urlato, sputacchiando saliva: «Farai ancora la bambina cattiva? Eh Sarah, la farai ancora?»

Lei non aveva reagito e mi aveva reso ancora più furioso e ovviamente manesco. «Cazzo Sarah! Ora ti tolgo quel ghigno dalla bocca!»

La porta sopra la scala si apre e si richiude, cigola e sbatte violentemente. Abbandono i ricordi e non le paure, poi torno a ergermi in piedi. Seguo il fragoroso andirivieni della porta e arrivo fino alle scale, dove inciampo ma allungo le braccia ed evito di sbattere la faccia.Salgo a carponi il resto dei gradini mentre la porta continua a sbattere violentemente. Ho come la surreale impressione che qualcuno la tenesse dal pomello e la facesse sbattere per il tetro gusto di spaventarmi ancor più di quanto già lo sono.

Arrivò su e trovo la porta soltanto accostata. La spingo e finalmente i miei occhi tornano a vedere qualcosa. Vorrei scappare, vorrei andarmene lontano dalla mia casa, ma qualcosa mi tiene lì. È come se qualcosa mi sussurrasse di andare fino in fondo, di scoprire quale tetro destino ha permesso che dei fantasmi si aggirassero nella mia proprietà. Mi domando se prima che acquistassi l’immobile ci fosse morto qualcuno in modo cruento e se adesso la loro anima addolorata vagasse per l’eternità.

Il fantasma di una bambina ridacchia e passa a una spanna da me. Decido di inseguirla per saperne di più.

Il fantasma della bambina con le trecce che svolazzano come fossero delle piume corre verso il giardino. Aumento il passo e in pochi attimi mi ritrovo di nuovo là fuori. Scorgo il fantasma della bambina che svanisce dietro il perimetro delle mura. Girò l’angolo, ora con curiosità e senza timore, e mi ritrovo a faccia a faccia con il putrefatto. Mi afferra, sento le sue mani che sprigionano rancore ed io cerco di dimenarmi. Lo sento, lo tocco, mi sembra tutto così surreale. Lui molla la presa ed io fuggo verso la piscina, dove noto la donna in abito talare che se ne sta in piedi sotto il gazebo e mi fissa.

«Andatevene!» urlo nella notte senza che nessuno possa ascoltarmi. Penso a Sarah, alla donna che fuggendo dal vero mostro si è messa inconsapevolmente al sicuro. Provo invidia per lei che non deve vivere questo angosciante terrore. La mente si fa più lucida, si schiarisce come il cielo dopo un temporale, e ricordo il suo sguardo sconvolto.

Dovevo averla pestata per bene, perché Sarah aveva il volto tumefatto e sanguinante. Aveva implorato di fermarmi, ma io non le avevo dato ascolto. Ero troppo furioso per farlo. E poi le serviva una lezioncina.

Ero sdraiato sul letto e avevo la testa appoggiata sul cuscino, la stavo osservando mentre gettava abiti a casaccio nella borsa. Ogni tanto si voltava verso di me e mi guardava con ribrezzo ed io non avevo la forza o la volontà di fermarla. Me ne stavo così, immobile e senza fiato a osservarla in quello che sapevo fosse un doloroso addio. Sarah aveva sfilato la vestaglia di velluto e pizzo che le avevo regalato qualche tempo addietro e l’aveva lasciata cadere sul pavimento. Mi odia ma non aveva provato vergogna nel mostrarmi il suo corpo nudo per l’ultima volta.

Ricordo soltanto adesso che stavo boccheggiando dal dolore, perché sapevo di averla persa per sempre. Lo so, ne sono convinto anche adesso. Le avevo guardato la pancia che andava crescendo e dalla quale sarebbe nato il mio bambino. Poi lei si era ricoperta con un vestitino dai ricami floreali, aveva afferrato la borsa e se n’era andata.

Apro gli occhi e scopro di essere di nuovo sulla sedia di alluminio nel giardino. Alzo lo sguardo proprio quando il sole sta sorgendo. Il cielo inizia a illuminarsi di colori e la notte tormentosa e clandestina inizia a svanire. Non sento il mio cuore ma so che sta ancora palpitando per l’incubo che questa notte mi ha sorpreso. Sembrava così vero, avevo così paura.

All’improvviso ravviso il roboante suono delle sirene. Sono certo che Sarah mi ha denunciato e che adesso stanno venendo ad arrestarmi per molestie e percosse. Il suono delle sirene si fa sempre più forte, ne deduco che ormai hanno raggiunto la stradina che conduce al cancello della mia dimora. Non ho nemmeno la forza di alzarmi per andargli incontro, così decido di attenderli.

Sento delle voci, sono molte e si sovrastano fra loro. Gli agenti forzano il cancello ed io li lascio fare; dovranno guadagnarselo il mio arresto. Voci e passi si susseguono, così mi volto e scopro che stranamente non si curano di me. Sei agenti di polizia fanno irruzione nella villa e spariscono dalla mia vista. Perplesso, mi alzo dalla sedia e vedo il lampeggiare delle luci blu e rosse oltre il muro di cinta. Penso che potrei fuggire, ma per andare dove? Sarah ha fatto la bambina cattiva ed io l’ho rimessa in riga, però adesso è arrivato il momento di scontare la brama del mio insegnamento.

M’incammino verso la porta che funge da accesso alla mia dimora. Gli uomini in nero l’hanno lasciata spalancata, probabilmente per la fretta o per la convinzione di sorprendermi sotto le lenzuola. Entro e oltrepasso con una calma del tutto innaturale l’ingresso arricchito con quell’incantevole e vecchio orologio. Sento le loro voci, sono al piano di sopra e confabulano qualcosa che da quaggiù non riesco a scandire. Salgo un gradino alla volta, lentamente, facendo accortezza a non evidenziare il minimo scricchiolio. Desidero prenderli alle spalle per farli sentire degli stolti.

Arrivo di sopra e noto due agenti sulla soglia della mia stanza da letto, quella che fino alla notte scorsa apparteneva anche alla mia bambina cattiva; gli altri saranno dentro a chiedersi dov’è finito quest’uomo. Che idioti! Tuttavia decido che è arrivato il momento di presentarmi. «Sono qui, agenti», nessuno mi degna di attenzione, nemmeno i due uomini che sono sulla soglia della porta. Riprovo di nuovo: «Sono Matthew Cooper e non opporrò resistenza all’arresto.» Nessuno mi sente, nessuno si volta e accorre a farmi sentire il gelido delle manette che si avvinghiano sui polsi.

Mi avvicino ai due agenti sulla soglia della mia stanza da letto; loro si scambiano un’occhiata e sembra che mi facciano spazio per permettermi di passare. Metto un piede nella stanza da letto e rimango a bocca aperta. Sul letto c’è del sangue e il cadavere di uomo sui quaranta, di bell’aspetto e con i capelli castani. Ha un coltello conficcato nel petto, all’altezza del cuore. Inoltre ha gli occhi sbarrati e rammaricati.

Quell’uomo sono io.

«Vieni qua che la lezione è appena iniziata!»

Sarah balza dall’altra parte del letto matrimoniale. Ha il sangue che le cola dalla bocca, ma non fa nulla per tamponarlo. «Vattene! Non toccarmi mai più lurido bastardo!» mi urla con quegli occhi ricolmi di rancore.

In lei ravviso tutto il proprio odio, ma so io come rimetterla in riga. Aggiro il letto, ormai mosso dalla furia, certo che potrei anche strangolarla per quanto mi stanno prudendo le mani, e lei ci salta sopra. È in piedi ed è pronta a correre verso la porta. Non le permetterò di darsela a gambe. Faccio per andare dal lato del letto che da sulla porta e poi mi lancio su di lei. Gli crollo addosso e inizio a colpirla in pieno volto, più volte, con furia, fino a quando ritengo che la lezione possa bastare. Poi mi lascio andare al suo fianco e cerco riprendere fiato. Credo persino di averle rotto un dente. Fa niente, il denaro non mi manca e un bravo dentista la rimetterà in sesto. Caduta accidentale, dichiarerò se qualcuno dovesse domandare.

Io sono disteso sul letto e fisso il soffitto, sono sicuro che anche lei stia facendo la stessa cosa. Lo percepisco. Poi avverto del dolore e qualcosa mi penetra nel petto. Abbasso lo sguardo e scorgo che la sua mano stringe il coltello che mi ha trapassato il petto. Capisco che lo aveva nascosto sotto il cuscino ed era stata abilissima ad aspettare il momento opportuno per pugnalarmi a morte. Boccheggio… mi manca terribilmente il fiato. Sento che la vita mi sta scivolando via.

Osservo la mia Sarah che ripone in fretta e furia dentro una borsa alcuni abiti presi a casaccio dall’armadio, poi indossa un vestito dai ricami floreali e mi guarda un’ultima volta prima di andarsene. Io sono morto qualche secondo più tardi.

Apro gli occhi e mi ritrovo sulla sedia di alluminio nel mio giardino. È notte fonda. Mi sollevo sulle gambe e non ho paura, soltanto rimpianto per la mia anima, perché adesso so di essere un fantasma destinato a vagare per l’eternità. 

Biografia di Angelo Vertolli

Angelo Vertolli nasce a Roma il 24 dicembre del 1983 e sin dalla sua infanzia è un grande appassionato di horror. Si è diplomato come ragioniere-programmatore e poi ha abbandonato gli studi per dedicarsi all’attività lavorativa. Oggi vive a Fiumicino (Roma), proprio nei pressi dell’aeroporto. Oltre alla grande passione per la scrittura, ovviamente del genere horror e noir, è l’ideatore del blog brividihorror.it, dove si approfondisce il tema dell’horror in tutte le sue terrificanti forme: serial killerfilm e serie horrorstorie di fantasmi e molto altro ancora.

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