LA STANZA VUOTA di Francesca Granata è un racconto horror ambientato in una villa sul lungomare di Sabaudia, dove un mistero prende vita con il ritrovamento di un osso.

Il racconto da Brividi Horror:
“La stanza vuota di Francesca Granata”
Oggi abbiamo trovato un osso in giardino, la carne era putrefatta, non sembrava essere cotta, il colore violaceo le conferiva un aspetto nauseante. Nella cavità dell’osso, insieme a carne marcita, risiedevano delle piccole bolle in grande quantità, sembravano contenere del pus, non ho osato verificare.
È strano, non abbiamo capito di che specie fosse, sulla superficie vi erano attaccate delle piume, ma non prenderei per certa l’idea che fosse un uccello non sapendo la provenienza di quell’unico osso. Non siamo stati noi a trovarlo, bensì è stato Boris, il nostro cucciolo che ha compiuto 4 mesi pochi giorni fà, stavamo giocando in giardino, quando gli ho chiesto di rientrare stava annusando qualcosa.
Sono preoccupata che aver leccato quella carogna nauseabonda possa dargli fastidio, a Boris, ma ha la scorza dura, confido in lui. Quel che mi chiedo adesso però è come il fantomatico osso sia finito nel mio
giardino. La casa presa in affitto da una settimana sulle dune di Sabaudia è una villetta ben congegnata, gli spazi esterni sono grandi e in quantità, ovviamente compresa di accesso al mare privato, insomma è una sistemazione di tutto rispetto affittata in bassissima stagione ad un buonissimo prezzo.
Entrati dal cancello principale vi è il parcheggio, si prosegue per un sentiero e si arriva a poche scale in discesa, lì si trova il giardino del nostro caso, seguito dall’ingresso in casa. Il posto non è raggiungibile dalla strada, nessuno, per sbaglio o per sua volontà, lanciando avrebbe potuto raggiungerlo. Un muro però è collegato alla villa dirimpetto, è molto alto, la vegetazione si avviluppa su di esso pesantemente, sarebbe stato un lancio molto difficile, mosso da una forte volontà.
Sicuramente l’ipotesi che già si trovasse lì l’abbiamo scartata, tutti noi siamo stati in quel luogo numerose volte e il piccolo Boris quando si trovava lì veniva controllato a vista, data la vicinanza con il parcheggio e il cancello forato. Rimangono ancora due ipotesi, ancora da due luoghi è potuto arrivare l’osso, il primo è da dentro casa, ma di carne avevamo solo salsicce e pancetta, quindi prive di ossa, il secondo è dall’alto. Ma adesso quante probabilità ci sono che un rapace possa aver lasciato cadere la sua preda marcita dall’alto?
Questa ultima notte in questa grande casa dormirò inquieta, se ci riuscirò, non riesco proprio a capire da dove potesse venire. Di animali capaci di questo per la casa non ce ne sono sicuramente. Ma allora cosa può essere? Rimarrà un mistero per sempre, o lo scoprirò stanotte.”
Quando lessi questa breve storia pensai fosse finzione, un racconto dell’orrore qualsiasi. Poi ripensandoci notai la lucidità e la razionalità con cui l’autore ha raccontato un fatto a cui non riusciva darsi risposte. Trovandomi in prossimità della grande casa non posso fare a meno di pensare a come sarà quel giardino, immaginato innumerevoli volte nella mia testa, o come sarà immensa l’altezza dell’unico muro confinante all’altra villa, perlustrerò l’intero perimetro alla ricerca di quell’animale che non poteva trovarsi lì, o magari un buco dalla quale potrebbe essere passato.
Purtroppo sono stato preceduto dall’autore, tutte le ipotesi possibili sono state considerate e nessuna è
convincente. Se solo il caso si fermasse alla carogna ritrovata nel giardino. Il giorno 5 maggio 2022 l’agente immobiliare Eugenio Rigoletti entrò nella villa situata sul lungomare di Sabaudia chilometro 22 per ritirare le chiavi da i suoi occupanti affittuari. Entrando trovo la casa perfettamente in ordine, ma nessuno ad aspettarlo. trovò la cosa oltremodo insolita, Eugenio conosceva gli affittuari, il conto era già stato pagato in anticipo trascurando le spese di acqua e corrente, altro motivo per cui si trovava lì.
Così decise di chiamare prima vocalmente e poi telefonicamente i contatti di cui disponeva, nessuna risposta ma un suono proveniente dal piano inferiore attirò la sua attenzione, decise così di scendere le scale, dando prima una guardata al piano in cui si trovava, come gli era parso da una breve occhiata la casa era perfettamente in ordine ma molti effetti personali si trovavano ancora lì, sembrava che nessuno avesse fatto ancora i bagagli.
Si decise di andare al piano inferiore, spinto da un’oscura curiosità, l’atmosfera sembrava irreale, incastonata nel tempo, un silenzio pesante permeava nell’aria. Nell’enorme casa il piano inferiore era destinato alle camere da letto e a un grande soggiorno, seguito da un altro giardino esterno, che conduceva fino al mare.
Le camere da letto si stendevano alla destra e alla sinistra del soggiorno, a destra si trovava la camera padronale, due bagni e una cameretta con due letti singoli, a sinistra invece un immenso corridoio ospitava 4 stanze da letto, 3 bagni e una specie di magazzino molto ampio, composto da una stanza rettangolare e un’altra che confinava con una parete che dava sull’unica porta chiusa dalla casa, anche Eugenio ignorava cosa si trovasse là dentro.
Una volta scese le scale vide che anche nel piano inferiore gli effetti personali erano stati lasciati lì. Chiamo a voce la signora ospite dalla casa, Flavia Gentile, nessuna risposta, uscì nel giardino per spiare dalle finestre, magari la sveglia non aveva funzionato e il suo richiamo vocale non era stato abbastanza perentorio da svegliare la famiglia.
Le finestre erano sigillate dall’interno. Così come la porta che aveva usato per uscire in giardino. Preso dalla curiosità salì al piano di sopra per vedere se anche le altre uscite di casa fossero chiuse dall’interno, con somma meraviglia scopri di sì, era tutto chiuso a chiavistello, così come la porta d’ingresso che aveva usato per entrare e l’unico mazzo di chiavi che la famiglia aveva a disposizione si trovava accanto alla porta.
Un sensazione di sgradevolezza iniziò a penetrare nella mente di Eugenio, non capiva proprio cosa poteva essere successo. Decise di richiamare al telefono la signora Flavia, quel rumore che aveva sentito prima
altro non era che una vibrazione che sembrava provenire dalla camera padronale. Eugenio era nel panico, anche se non ne capiva il motivo, perché era così agitato? Decise di non ascoltare la sua coscienza, che provava a placarlo, di getto entro nella camera da dove proveniva il suono, la camera era vuota, il letto
era sfatto.
Preso da un semidelirio entrò come una furia in tutte le altre stanze della casa, erano tutte vuote, con i telefoni in carica sul comodino. Si getto sul divano, non riusciva a calmarsi, respirava pesantemente, era sudato, si sentiva le forze venirgli mancare. Poi si ricordò che non aveva controllato un’unica stanza, quella chiusa, quella che il padrone di casa non aveva mai lasciato aperta, nessuno conosceva cosa ci fosse al suo interno.
Sicuro di trovarla chiusa a andò comunque a controllare, quando affondò la mano nella maniglia indugiò a lungo, un raptus gli ordinò di andare avanti, così fece e la porta si aprì senza sforzo. La stanza era piccola e buia, trovandosi nel corridoio poca luce riusciva a penetrarvi. Eugenio stava per vomitare, l’odore che ne usciva era nauseabondo, non aveva mai sentito niente di simile, a tentoni cercò l’interruttore ma improvvisamente le sue gambe si piegarono, cadde e atterrò come un sacco di patate, la sua mano toccò qualcosa.
Si ritirò indietro immediatamente e finalmente trovò l’interruttore, una luce a Led bianchissima rivelò la scena nascosta dall’oscurità e sfiorata con una mano. Si stagliava di fronte a lui un orrore indicibile.
Due giorni dopo si decise a chiamare la polizia, quando gli chiedemmo perché avesse aspettato così a lungo ci rispose che non era sicuro se ciò che avesse visto fosse sogno o realtà. Ci disse che dopo quell’esperienza era tornato direttamente a casa e si era steso sul divano, risvegliandosi direttamente il giorno dopo, rimase per l’intera giornata come in catalessi, esausto.
Non riusciva a parlare né con la famiglia, né con gli amici. Il giorno dopo una affanno opprimente lo percoteva ad ogni passo, ma la mente iniziò a risvegliarsi, la telefonata fu ambigua, frasi sconnesse si accavallavano, l’agente incaricato pensava fosse un ubriacone, ma ritenne comunque un atteggiamento sospetto e decise di andare a controllare la casa.
Non trovò nulla, la casa era in ordine, proprio come il signor Rigoletti l’aveva trovata, ma la porta
dell’orrore era chiusa. Dopo aver appurato la sparizione della famiglia si verificò un’altra stranezza,
il proprietario della casa era scomparso. Il vecchio viveva da solo, ricco e rugoso, nella sua magione,
quando lo chiamarono non rispose, quando andarono a trovarlo la casa sembrava abbandonata da un pezzo, anche se i vicini giuravano di averlo visto quella stessa mattina, in compagnia di una donna sconosciuta.
Ogni tentativo di ritrovare quell’uomo è stato vano. La polizia decise di scardinare quella porta, rimasta chiusa in attesa dell’approvazione del proprietario. Una stanzetta quadrata di 4 metri, una lampadina al neon e nient’altro. Una chiave rivelò che quella porta era stata chiusa dall’interno, per ore provarono a cercare uno scomparto o un passaggio segreto, senza successo.
Lo psicologo della polizia parlò a lungo con l’agente immobiliare senza riuscire
a concludere nulla. Il caso interessò la stampa, la polizia brancolava nel buio, solo quando fu ritrovato il
cane, il piccolo Boris, decisero di chiamarmi. Non scorderò mai la repulsione e la più viscerale e segreta
paura che mi pervase quando vidi per la prima volta quella povera bestia.
Non era più un cane, non era nemmeno un animale, era stato privato della sua natura, guardandolo preferii pensare di essere diventato pazzo, di aver perso l’uso della vista, quella creatura però era ancora viva.
Il suo martirio non si decideva a finire, quando i veterinari lo visitarono conclusero che l’animale non avesse nulla che non andava, ma non riuscivano a spiegare come avesse potuto assumere quell’aspetto così grottescamente terrificante. Il pelo gli era caduto, la pelle era disseminata da bozzi, simili a squame, nelle cavità oculari mancavano i suoi globi, le orecchie erano tagliate a frisè, la coda era divisa in due, le zampe si erano gonfiate a tal punto che si toccavano l’una l’altra, ma quel cane era vivo e quello che gli era stato fatto non poteva essere opera di un uomo.
Per tutta la notte mi tormentai se abbattere quell’animale ripugnante, ma forse per morbosa curiosità o per un improvviso slancio di benevolenza, decisi di prenderlo con me. Dopo di che mi recai alla casa ed ora che mi trovo qui davanti una forza imperscrutabile mi ordina di scappare e andare più lontano che posso da questo luogo. No. Io devo sapere, io… io devo fuggire.
Biografia di Francesca Granata
Francesca Granata, l’autrice di questo inquietante racconto horror intitolato “La stanza vuota”, è una regista e autrice nata a Roma il 04/01/1996. Ha curato la regia e la sceneggiatura di diversi cortometraggi premiati in festival italiani ed europei, videoclip, pubblicità progresso e documentari brevi.






