Prigione di carne

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PRIGIONE DI CARNE di Alberto Gravame è un racconto horror che ci trascina in uno stato di angoscia e rimpianti, dove soltanto la morte ha la capacità di liberarci dal dolore.

Prigione di carne di Alberto Gravame

Il racconto da brividi horror:

“Prigione di carne di Alberto Gravame”

Eccomi qui.

Fermo.

Immobile.

Inanime per qualcuno.

Maledettamente sveglio per me.

La stanza è asettica, come tutte quelle degli ospedali.

Un tiepido raggio di sole s’inoltra tra le persiane socchiuse. Che nessuno veda il mostro! Gelosamente conservato, meglio non mostrarlo al pubblico.

Il letto è scomodo.

O meglio, si ricordava che i letti di quell’ospedale erano particolarmente scomodi.

Ma ora non aveva più nemmeno quelle sensazioni. Doveva basarsi sui ricordi.

I ricordi.

Proprio il tarlo che lo stava torturando, il comprendere che quello che aveva vissuto in passato era andato, non poteva più tornare anche se avrebbe voluto. Cazzo, come avrebbe voluto!

A volte era anche buffo.

Ricordava il senso di sconforto nel suo animo all’indomani dell’infortunio al ginocchio che lo aveva tenuto a letto un giorno intero: il desiderio di muoversi che si scontrava con la realtà dell’immobilità. Aveva fatto un gran casino per un solo giorno, ora non poteva più fare alcun casino per una vita intera.

I ricordi erano un problema, ma non riusciva ad eliminarli.

Il cervello era sveglio, presente, tutto il resto era morto.

Li poteva sentire, i medici, mentre farfugliavano le loro convinzioni scientifiche, le infermiere, mentre cercavano di parlargli, consce che non avrebbe mai potuto rispondere. Anche se avessero evitato di fare i pagliacci la paga a fine mese sarebbe arrivata lo stesso!

Li poteva vedere, laggiù: una moglie sposata da appena tre mesi ed una figlia di 15 mesi.

Si ricordava ancora il giorno del matrimonio. Si dice sia il giorno più bello della vita. Forse. A pari merito con la sera che le aveva confidato il suo amore e si erano scambiati il primo bacio. O con la vittoria in moto nella gara più importante, partendo da sfavorito ed esaltandosi sorpasso dopo sorpasso. Ma forse il matrimonio era il giorno ideale.

Era una bella mattina di Settembre, la chiesa piena, la felicità che traboccava dagli animi. Forse qualcuno stava fingendo di essere felice, fingeva bene, o forse in quegli attimi la sua attenzione era focalizzata sulla futura moglie. Si fottessero tutti gli altri. Rosicassero a casa loro, una volta finite la pantomima della loro felicità.

La sua era una vita come tutte le altre. O meglio, lo stava diventando: una moglie ed una figlia.

Si, che bello, tutto stava rimettendosi al suo posto.

L’infanzia era stata travagliata: soggiorni brevi in galera, risse e violenza, la volontà di fuggire da quell’inferno, l’ancora di salvezza, la possibilità di redenzione.

Ma forse per lui non esisteva la salvezza.

Il passato sarebbe tornato.

Non poteva lasciarlo andare in quel modo. Non uno come lui, dopo tutto quello che aveva fatto.

E quel maledetto passato era tornato sotto forma di pallottole, piombo fuso che gli era stato vomitato addosso.

Steso sul marciapiedi.

Asfalto caldo.

Lo sguardo che si spegneva mentre le prime sirene della polizia gli ronzavano intorno, mentre le persone si stavano accalcando curiose e qualcuno scattava souvenir con il telefonino.

Un’attrazione di cui raccontare. Io c’ero.

La corsa in ospedale.

Il risveglio.

Forse.

I medici avevano salvato un’altra vita. Cazzate. Avevano risvegliato dalla morte una persona per farla sopravvivere in un sarcofago di carne. Coma vegetativo.

La vera tragedia iniziava ora.

Vedere la moglie piangente al capezzale del letto, la figlia che attenta guardava il padre non rendendosi conto del motivo per il quale non si alzasse e venisse ad abbracciarla come faceva tutti i giorni.

Il pianto di quella figlia. Le sue lacrime erano come spade che gli trafiggevano il cuore.

Perché?

Perché si erano accaniti contro la sua persona?

Sarebbe stata meglio una lapide da visitare piuttosto che un corpo di cui non sapere che farsene: speranze non ve n’erano, solo l’attesa di una morte che sarebbe arrivata troppo tardi.

Ma forse i medici non potevano nulla. Era il loro dannato dovere. Il giuramento di Ippocrate, che grande fregatura, quella catena che non li lasciava liberi di pensare ed agire con umanità.

Le istituzioni si, invece. Loro sapevano tutto e non facevano nulla. Le loro leggi distruggevano esistenze.

Loro, stronzi, decidevano sulla vita di persone sconosciute in base ai loro principi. Ma chi se ne fotteva dei loro principi.

Le loro influenze religiose non potevano compromettere e distruggere le speranze di milioni di persone.

Non potevano decidere per lui, non dovevano.

La sua vita non apparteneva a loro; i soldi glieli potevano fottere sotto forma di tasse per i loro dannati vizi, ma la sua esistenza era proprietà privata.

Lui solo poteva decidere se vivere o morire; nessuno poteva impedirglielo.

E quelle suore che si accanivano a volergli parlare e glorificare il loro padrone di fronte a sua moglie.

Come osavano?

Fuori dalle palle!

Nessuno le aveva invitate.

Nessuno le voleva.

L’averle tra i coglioni era una prassi comune negli ospedali? Come se dovessero decider loro della vita e della morte dei pazienti.

Erano persone umane, non divinità.

Scacciarle da un luogo di dolore non voleva dire chiudersi le porte del paradiso, per chi ci credeva.

Ma il mondo era fatto cosi’.

Potevi ammazzare, stuprare, anche uccidere un bambino ed il mondo se ne sarebbe dimenticato, ma non toccare le suore, sono l’incarnazione sulla Terra del volere divino. Sono intoccabili.

Poi magari nell’antro segreto della loro vita private si dedicavano a tutte le nefandezze che si potesse immaginare, ma era meglio tenerlo nascosto. L’opinione pubblica non doveva sapere che le reincarnazioni divine avevano peccato.

E tutto il mondo andava avanti facendosi andare bene questo paradosso, la grande stronzata che le religioni dovevano governare la nostra vita come se noi non fossimo capaci di pensare con la nostra testa e scegliere il meglio o il peggio per noi stessi.

Cazzate.

Tutto era basato sul caso e sulla volontà individuale, che si scontrava con la volontà altrui secondo i rapporti di forza. Se una persona decideva di spiaccicare una zanzara sul muro in una torrida serata estiva non era nessuna divinità che glielo aveva imposto, ma solo quel maledetto ronzio che non lo faceva dormire la notte.

Si fottessero tutti coloro che credevano che farsi comandare da qualcuno di mai visto ne’ conosciuto fosse molto meglio che pensare con la propria testa.

Si fottesse tutto il mondo.

Lo sapeva che non poteva testimoniare la sua volontà, non poteva fare più nulla, ma non voleva neppure continuare a vivere in un mondo di tali ipocriti.

La sua vita era finita con quei colpi di pistola.

La vista della canna, la fiammata, la caduta, il dolore, il freddo, più nulla.

La speranza che la fine venisse al più presto lo logorava.

La moglie al suo capezzale.

Prima veniva più spesso, ora passava qualche giorno prima di rivederla. Stava diradando le sue visite.

Aveva una vita, aveva una figlia.

Forse aveva un altro uomo? Sperava non così presto.

Gelosia? Gelosia della vita.

Il suo amore per lei era stato sincero: sin da quando l’aveva conosciuta era stata il suo primo pensiero all’alba e la sua ultima preoccupazione al tramonto. Avrebbe voluto vivere con lei. Per sempre. Ma le cose erano andate diversamente.

Ne avevano passati di problemi insieme, sembravano insormontabili, ma alla fine li avevano superati. Restando uniti.

Fino a quest’ultimo. E non sarebbero rimasti uniti. Forse era giusto che si rifacesse una vita. Ma avrebbe voluto morire prima di saperlo e vederlo. Come l’avrebbe presa sua figlia? Forse era troppo piccola per crearsi qualche rimorso che fosse durato più di un pianto. Avrebbe accolto il nuovo arrivato come il vero padre. Forse un giorno glielo avrebbero detto e sarebbe venuta a visitare la sua tomba.

Una tomba di marmo o di carne?

La tomba di un estraneo visto che tutto il suo amore era riversato nella persona che l’aveva vista crescere. E quello non era lui!

No cazzo, no!

I problemi se li era cercati, sempre.

E li aveva risolti, sempre.

A suo modo.

I pensieri gli davano il tormento.

Era sempre stata un’anima selvaggia, puro istinto, e questo lo aveva trascinato nella disperazione. Ma non poteva essere altrimenti. L’uomo era istinto avvelenato dall’oblio della ragione. E la sua vita era stata intensa. Ricca di tristezza, ricca di gioia, comunque ricca.

E non poteva finire così.

Un’anima selvaggia rinchiusa in una prigione di carne in lenta decomposizione. E tutto attorno sconosciuti che sembravano preoccuparsi di lui, ma che invece si accanivano solo nel fare in modo che quella prigione rimanesse sigillata a lungo, lasciandolo marcire nei suoi pensieri, fottendosene di lui, di come era stato, di come aveva vissuto. Era un oggetto inanimato in un letto di ospedale, in una stanza che costava e che stava rosicchiando i suoi risparmi. Era una gallina dalle uova d’oro e doveva rimanere in vita più a lungo possibile.

Che andassero tutti a farsi fottere.

Li avrebbe annientati volentieri, senza sapere neppure chi fossero. In passato lo avrebbe fatto. Solo ostacoli sulla sua strada.

Ma alla fine quella che veniva annientata era solo la sua mente. Senza possibilità di ritorno.

Chiuse gli occhi cercando di isolarsi dal mondo.

La morte doveva essere così.

Ora avrebbe dovuto solo spegnere la mente.

Biografia di Alberto Gravame

Alberto Gravame nasce a Bergamo il 29 Giugno 1977. Da sempre grande appassionato di libri e film del genere action, thriller e horror.

Laureatosi in Scienze Politiche, si è poi dedicato allo studio dell’attività fisica, nutrizione e scienza dell’esercizio dopo aver conseguito un diploma in Personal Training ad Orlando. Ora si occupa del settore sicurezza. Vive a Monza.

Ha sempre avuto sin da piccolo una grande passione per la scrittura, avendo pubblicato due libri, Incubus e La Natura Oscura.

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