Dorothea Puente

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Per la rubrica sui serial killer, oggi parleremo di DOROTHEA PUENTE.

Dorothea Puente

Dorothea Puente, nata il 9 gennaio del 1929 e deceduta il 27 marzo del 2011, è stata una serial killer americana che soprannominarono nonna morte oppure la padrona di casa della morte (Death House Landlady). Quest’assassina seriale gestiva una casa di cura a Sacramento, dove uccise vari pensionati e disabili prima di incassare i loro assegni di previdenza sociale. Con il suo aspetto rassicurante, la chioma bianca e gli abiti floreali, si guadagnava la fiducia delle vittime, per poi avvelenarle.

Chi era Dorothea Puente

La madre di Dorothea Puente, nata come Dorothea Helen Gray, era una prostituta alcolizzata, mentre suo padre era un veterano della Prima Guerra Mondiale che minacciò più volte di suicidarsi davanti ai suoi figli. Come tante storie da brividi horror, anche questa inizia con una situazione famigliare disastrata, infatti la piccola Dorothea viene ripetutamente maltrattata, malmenata e malnutrita. Nel 1937 suo padre morì di tubercolosi e sua madre in un incidente motociclistico nel 1938, quindi Dorothea Helen Gray e i suoi fratelli finirono in un orfanotrofio, dove fu abusata sessualmente.

Proprio in orfanotrofio, probabilmente anche a causa degli abusi, si manifesta per la prima volta la sua attitudine alla menzogna e alla falsificazione. Racconta a tutti di essere nata in Messico e di avere ben 17 fratelli. A 16 anni scappa per sposare un giovane soldato reduce della Seconda Guerra Mondiale con il quale ha due figli che dà subito in adozione, poiché non si sente tagliata per fare la madre.

Da quel momento Dorothea, che un domani gli affibbieranno i soprannomi da brividi horror di nonna morte e padrona di casa della morte, inizia con le truffe e le frodi, finendo persino in carcere. Suo marito, stanco di quei comportamenti, chiede il divorzio e lei, ormai ossessionata dal raccontare menzogne, narra che fosse morto per un attacco di cuore.

Nel 1952 sposò il marinaio Axel Bren JohanssonSan Francisco, facendosi chiamare Teya Singoalla Neyaarda e affermando di essere una musulmana di origine egiziana e israeliana. Il matrimonio fu turbolento, lui era violento e lei una bugiarda che in sua assenza scommetteva il suo denaro. Il marito arrivò persino a farla internare per breve tempo e le diagnosticarono di essere una bugiarda patologica con una personalità instabile.

Dopo il divorzio nel 1966, incontra il suo terzo marito Roberto Puente, di cui terrà il cognome. Dopo avere divorziato anche con lui, apre una casa di cure in un edificio a pochi isolati dalla residenza del governatore della California, a Sacramento. Sedici stanze, tre piani di un grazioso fabbricato vittoriano al 1426 di F Street, dove Dorothea, con la sua chioma bianca e gli abiti floreali, accoglie persone con disabilità. Si fa la nomea di benefattrice tra gli assistenti sociali, poiché accetta i casi più difficili, ma il suo vero obiettivo è d’incassare i loro assegni.

Dorothea Puente

La serial killer Dorothea Puente

Nell’aprile del 1982, la 61enne Ruth Monroe andò a vivere nella casa di cura di Dorothea Puente, ma presto morì per un’overdose di codeina e paracetamolo. Nonna morte raccontò alla polizia che la donna fosse molto depressa per la malattia del marito e le credettero, archiviando la morte come un suicidio.

Da quel momento, oltre che fingersi una persona altruista con i disabili che ospita nella propria casa di cura e una donna dal cuore d’oro, pensate che dava persino da mangiare ai gatti randagi soltanto per dare un immagine diversa dalla realtà, inizia a uccidere con crudeltà i suoi ospiti, avvelenandoli in vari modi.

Assume persino un tuttofare, un certo Ismael Florez, che oltre ad aiutarla con i lavori domestici, si rende complice dell’occultamento dei cadaveri. Fino a quando scompare nel nulla anche lui, probabilmente assassinato dalla terrificante padrona di casa della morte (Death House Landlady).

Nonostante le stranezze che avvengono nella casa di cura, la vita di Dorothea Puente procede quasi a gonfie vele, poiché uccide alcuni ospiti e per molto tempo continua a usare le loro pensioni, giustificandone le spese per le loro cure e vicissitudini. Tuttavia, alla fine degli anni ottanta un detective si mette sulle tracce di Alberto Montoya, uno schizofrenico di cui l’assistente sociale aveva denunciato la scomparsa.

Quando il detective Cabrera va a curiosare nella casa di cura e nota che nel giardino antistante il patio il terreno è smosso, inizia a scavare e trova un cadavere sepolto neanche troppo in profondità. L’indomani a setacciare il giardino di nonna morte c’è una squadra di antropologi forensi che trovarono ben 7 cadaveri. Durante le indagini iniziali, la nonna assassina non fu subito sospettata e le fu permesso di lasciare la proprietà, apparentemente per comprare una tazza di caffè in un hotel vicino. Invece, dopo avere comprato il caffè, scappò a Los Angeles, dove strinse amicizia con un pensionato conosciuto in un bar. Il pensionato, tuttavia, scoprì la sua vera identità guardando la televisione e chiamò la polizia.

La fine della serial killer

Durante il processo iniziato nel 1993 si avvicendarono numerosi testimoni: l’accusa ne chiamò ben 130 e spiegò alla giuria che la serial killer aveva usato dei sonniferi per fare addormentare le vittime e poi le aveva soffocate, mentre la difesa mise in campo diversi testimoni che raccontarono del lato generoso e premuroso della donna accusata. Persino la figlia data in adozione alla nascita testimoniò a favore della madre naturale, affermando che nel tempo l’avesse aiutata economicamente e moralmente.

Dopo un lungo dibattito tra accusa e difesa, la corte condannò Dorothea Puente, ossia la graziosa e crudele nonna morte, a due ergastoli senza libertà condizionale.

In carcere, la donna inizia una corrispondenza con Shane Bugbee che porta alla pubblicazione di un libro intitolato “Cooking with a Serial Killer” (In cucina con una serial killer), che includeva una lunga intervista, quasi 50 ricette culinarie e varie opere d’arte carcerarie. Tutto molto inquietante e da brividi horror.

Fino alla sua morte, avvenuta in carcere il 27 marzo del 2011 per cause naturali, a 82 anni, ha continuato a dichiararsi innocente, insistendo sul fatto che tutti i suoi pensionanti fossero morti per “cause naturali”.

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